La letteratura migrante

Un buon esempio di rapporto problematico tra letteratura, realtà e ideologia è rappresentato dalla tradizione di studi su un settore molto particolare della letteratura italiana, la cosiddetta letteratura migrante, della migrazione o italofona, ossia il complesso degli scritti prodotti in italiano dagli immigrati (principalmente quelli di prima generazione).



1. La letteratura migrante è quasi sconosciuta al grande pubblico e tranne rare eccezioni resta al di fuori della grande distribuzione 1. Esiste tuttavia un filone di studi imponente in rapporto ai lettori: la banca dati in rete Basili – Banca Dati Scrittori Immigrati in Lingua Italiana censisce centinaia di autori e interventi critici, migliaia opere e decine di tesi di laurea 2. Qualche anno fa ho recensito per Belfagor un volume che cercava di offrire una mappa completa del fenomeno, dalle origini (che alcuni fanno risalire all’omicidio dell’immigrato sudafricano Jerry Masslo nell’agosto del 1989 e alla campagna di stampa che ne seguì) fino a opere recentissime 3. Prendo spunto dalla lettura di quel libro per alcune riflessioni più generali.

2. Trattandosi di un fenomeno sociale prima che letterario (l’immigrazione), è importante non perdere di vista il contesto storico. Da uno sguardo complessivo sulla letteratura migrante si possono ricavare molte informazioni interessanti. Alcune prevedibili, poiché in parte riconducibili a dinamiche socio-culturali non solo italiane. Innanzitutto che gli scrittori migranti parlano principalmente di esperienze di vita spesso tragiche e le opere hanno generalmente una marcata connotazione civile. E poi che i primi successi editoriali si ebbero sul filo delle notizie di cronaca e in generale che la fortuna di alcune opere è dovuta a ragioni “mediatiche”; che la qualità letteraria è generalmente bassa (in particolare per le opere della “seconda generazione”, etichetta che designa scrittori nati in Italia da famiglie miste o interamente straniere); e infine che in poesia si determina, come accade per gli autori autoctoni, una netta apertura verso la prosa. 

Altri aspetti del fenomeno sono invece meno evidenti. Prima di tutto, che in origine fu molto stretta la collaborazione tra gli immigrati e alcuni giornalisti e scrittori (vari libri furono scritti a quattro mani); che le opere, soprattutto agli inizi, venivano sottoposte a un editing talvolta radicale; che gran parte degli scrittori (ma soprattutto delle scrittrici) aveva già compiuto studi superiori e svolgeva una professione intellettuale nel paese d’origine; che molti autori si ispirano ai classici della letteratura italiana (l’iracheno Younis Tawfik e l’albanese Ornela Vorpsi nei quali si possono trovare riferimenti a Dante; il togolese Kossi Komla-Ebri che si ispira a Boccaccio e a Calvino); che molti hanno un’idea elevata del ruolo dello scrittore e dell’intellettuale. E per finire che dal punto di vista linguistico, a parte sporadiche inserzioni di parole della lingua di origine, le opere si indirizzano, come gran parte della letteratura italiana contemporanea, verso la lingua comune e verso l’italiano medio.

3. Questa sintesi consentirebbe forse di delineare un quadro diverso rispetto agli altri critici della letteratura migrante, resistendo all’influenza di una vulgata critica molto uniforme, ben rappresentata da uno dei maggiori studiosi italiani del fenomeno: 4

La letteratura della migrazione è un fenomeno che può essere colto e valorizzato solo da chi si sia educato a una prospettiva interculturale, non-nazionale e nemmeno imperiale. In netta contrapposizione, quindi, alla tipica mentalità delle culture letterarie delle “grandi” nazioni dell’Europa occidentale, che sono state quelle che hanno colonizzato i mondi, insieme alla Russia e poi agli USA: l’attuale impero del denaro e della conoscenza. Questa prospettiva non può rimanere, come è già chiaro, un punto di vista epistemologico, essa nasce e cresce insieme a una poetica-politica di decolonizzazione e di creolizzazione dell’Europa che trova nella “grande migrazione” (Enzesberger) e nelle sue scritture l’occasione e l’incontro più concreto, decisivo e fruttuoso.

O ancora 5

[gli immigrati] Hanno cominciato a produrre una letteratura della resistenza, libera, imprevedibile e piena di valore. Alla quale è necessario star dietro, per capire, noialtri europei, dove va il mondo.

La confusione tra giudizio critico-storico e giudizio morale è evidente. Il critico non si limita a descrivere. Vuole convincere i suoi lettori che la creolizzazione dell’Europa, ammesso che tale categoria abbia senso, è un fenomeno positivo. E anche Comberiati spiega che la prima fase del fenomeno 6:

si inserisce […] in un momento di forte discussione sull’identità nazionale italiana e si può pensare che le opere iniziali in cui la testimonianza si fonde nei generi del racconto sociologico-didascalico e dell’autobiografia, siano state per tali ragioni necessarie: erano le prime, ingenue, manifestazioni di sé, la prima pietra dalla quale far partire la costruzione di una nuova identità.

Fin qui tutto giusto: il critico non emette giudizi di valore sulla vecchia identità e sulla nuova. La conclusione mi pare invece in linea con le idee vulgate. Poiché la letteratura e la società italiane stanno cambiando (cosa in sé indiscutibile), le opere degli scrittori migranti vanno considerate delle «spore» letterarie «che ricrescono continuamente e in luoghi diversi, in contrasto con la concezione monolitica delle radici culturali e dunque con una visione chiusa della nozione di “letteratura nazionale”» (p. 260). Queste spore sarebbero «il ponte fra le diverse culture che gli autori migranti rappresentano, mentre la lingua italiana si pone come il luogo di elezione in cui tale connubio letterario prende la propria forma» (ibid.).

4. Ora, io direi che ci sono due modi di esaminare il fenomeno. Si può partire dall’idea che l’identità italiana (l’identità europea, l’identità dell’Occidente) sia in crisi, che ciò sia moralmente giusto e che la letteratura migrante sia uno dei fattori che contribuiscono a infrangere il mito dell’identità. È insomma l’idea di crisi dell’identità sostenuta in Francia da Édouard Glissant e in Italia da Francesco Remotti. 7 Oppure si possono osservare i fenomeni e cercare di spiegarli.

E c’è un punto che mi pare essenziale: l’adozione dell’italiano, per gli scrittori immigrati, è sempre importante. Nel romanzo Immigrato di Salah Methnani, scritto con il giornalista Mario Fortunato e pubblicato nel 1990, «l’apprendimento del nuovo idioma funge da apertura e da chiusura: il testo si apre con l’impossibilità del protagonista di pronunciare la parola “dieci” e si chiude con il successo finale di una pronuncia perfetta» (p. 63). Conoscere l’italiano e riuscire a scriverlo è una conquista. Comberiati lo nota di passaggio (p. 61): 

L’appropriazione linguistica comporta ovviamente anche caratteri politici e psicologici: per uno straniero scrivere implica la trasformazione da escluso a integrato; spesso prendere la parola è anche prendere il potere, riuscire ad entrare in un mondo al quale prima era impossibile avvicinarsi.

Riporta quindi una frase di Edoardo Sanguineti, che nel 1999 dichiarava al Corriere della Sera di aver pensato (pp. 61-62):

al curioso destino di una lingua, la nostra, di area tutto sommato limitata, che diventava una sorta di esperanto per un numero di persone destinato a crescere. Inizia un’altra storia dell’italiano, che non potrà non avere riflessi letterari, anche se i tempi saranno lunghi.

Sanguineti aveva ragione: un’altra storia dell’italiano era cominciata. Non era però la storia da lui immaginata. L’italiano non è avvertito come un esperanto, come una lingua “speciale”, ma in quanto lingua “nazionale” legata a una determinata cultura e a una determinata società nella quale gli immigrati sentono il bisogno di integrarsi e che di certo non provano il desiderio di distruggere. 

5. La prospettiva più diffusa tra gli studiosi della letteratura migrante andrebbe rovescia. Le “spore” migranti portano certamente con sé un’aria nuova. Ma quel che sembra evidente non è la capacità di questi scrittori di spezzare l’identità letteraria italiana quanto piuttosto il bisogno di assimilarsi ad essa, di impossessarsi del suo patrimonio linguistico e culturale e di contribuire, quindi, alla naturale evoluzione di quella stessa identità. L’italiano non è solo un “luogo di elezione”; sono la lingua, la cultura e spesso le tradizioni nel loro complesso a rappresentare un possibile approdo. Ciò non impedisce che la maggior parte degli scrittori immigrati possa fondare la propria poetica anche sulle tradizioni e la cultura del paese di origine. Si sa che alcune opere furono “corrette” dagli editori italiani e che alcuni scrittori (pochi) non apprezzarono tali revisioni, spesso di sostanza e non di forma, rivendicando la libertà di espressione. Non credo però che l’assenza di sperimentalismo linguistico sia da imputare all’opera dei correttori. La maggior parte delle opere ha avuto e ha tuttora una distribuzione di nicchia e non deve generalmente sottostare alle logiche del mercato. È quindi probabile che si sia trattato di una dialettica necessaria tra gli autori, gli editori e il pubblico. È in Italia e in italiano che gli scrittori immigrati vogliono scrivere ed era ragionevole prevedere un processo di adattamento. D’altronde gli immigrati non si discostano neanche dal punto di vista stilistico dalla media della letteratura italiana contemporanea. Non per scelta degli editori, ma perché è questa l’Italia nella quale si sono trovati a vivere e non quella di Dante o di Manzoni. In altri termini: mi sembra di per sé assurda l’idea che la letteratura prodotta dagli immigrati debba necessariamente contribuire al disfacimento di una identità letteraria: e la letteratura americana, e quella latina?

I “critici della migrazione” sarebbero restii a riconoscere che l’esistenza della letteratura italofona non sia un segno della crisi, ma una dimostrazione che il modello culturale italiano è ancora forte abbastanza da attrarre scrittori nati in altre parti del mondo, esattamente come molti italiani, attratti da un modello ancora più forte, scrivono canzoni in inglese. Da questo punto di vista gli scrittori immigrati hanno molto da insegnare agli italiani. La lingua e la cultura non sono qualcosa di già dato e immutabile. Sono una conquista preziosa che forse non vale la pena abbandonare. Mi pare tuttavia un segno positivo che ci sia tanta distanza tra gli scrittori e i critici. Gli scrittori si impadroniscono della lingua e dell’identità, mentre i critici di solito si esaltano all’idea che vogliano distruggerle.

[Una prima versione di questo articolo è uscita su «Belfagor», a. LXVII 2012, fasc. 2 pp. 236-39, in forma di recensione al libro di Daniele Comberiati, “Scrivere nella lingua dell’altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007)“, Bruxelles, Peter Lang, 2010]