Dante e le donne. Contro gli studi di genere

1. In una delle scene migliori di Casino Royale, James Bond (Daniel Craig) incontra per la prima volta Vesper (Eva Green), il funzionario del governo britannico incaricato di consegnargli il denaro necessario per affrontare il nemico di turno, che significativamente si chiama Le Chiffre (‘La Cifra’). Vesper si siede all’improvviso davanti a Bond in treno e dice solo: «I’m the money» (‘Io sono i soldi’). La battuta è efficace perché tratteggia bene il personaggio e racchiude il senso del film: una donna chiusa nel suo ruolo di genere (la femme fatale), interamente dominata dal denaro (che cercherà di rubare per salvare l’uomo che ama, che non è Bond), un potere inarrestabile che è tutto in mano agli uomini, che siano buoni (Bond) o cattivi (Le Chiffre). Questo è Casino Royale. Ma a nessuno, credo, è venuto in mente di accusare gli sceneggiatori (o Ian Fleming) di non aver immaginato una donna meno bella e più intelligente, meno vittima e più libera. Nessuno, in altre parole, ha preteso che Vesper e Bond non fossero quello che dovevano essere. Per qualche strana ragione questo è invece ciò che accade spesso con Dante e con la letteratura medievale. 



2. Studiare Dante può essere istruttivo. Negli ultimi anni ho impiegato molto del mio tempo a commentare le Rime, circa centocinquanta componimenti di Dante e dei suoi corrispondenti, e una delle cose più interessanti che ho scoperto è che Dante non è contemporaneo, che ha idee completamente diverse dalle nostre sul sesso, sulla politica, sull’economia, sulla letteratura, e che la ragione principale per cui dovremmo interessarci a Dante è la sua distanza, non la sua apparente prossimità 1. E un argomento sul quale la pensa in modo radicalmente diverso da noi è il rapporto tra uomini e donne. 

Un buon esempio è in una delle sue canzoni più complesse, Doglia mi reca ne lo core ardire, dove parla della virtù in generale e in particolare della necessità di non cedere alla cupidigia. Provo a riassumere. Il poeta si prefigge di dire la verità e di “dirigere la volontà”, cioè di agire direttamente sul comportamento degli uomini. Questa funzione è assolta attraverso la dimostrazione razionale di una verità morale per via di ragionamento filosofico, con un armamentario retorico sofisticato. La verità di cui parla è che gli uomini (intesi come genere maschile) dovrebbero essere virtuosi e non cedere alla cupidigia. Poiché nel mondo in cui vive tutti si comportano in modo diverso, non avrebbe più diritto di cittadinanza neanche la bellezza, che è ciò che contraddistingue le donne rispetto agli uomini. In altre parole, si sarebbe spezzato il legame tra amore e virtù che è alla base della poesia cortese medievale. Tutti sono colpevoli: le donne perché amano uomini vili benché la bellezza sia concessa loro per essere congiunta alla virtù; gli uomini perché dalla virtù si allontanano e cedono al peggiore tra i vizi desiderando solo l’accumulo delle ricchezze. Ma la canzone ha un fine pratico: le donne devono rifiutarsi di amare questa specie di uomini. 

Quello che però stupisce di più il lettore moderno è il modo in cui Dante introduce l’esempio della cupidigia, dichiarando di passare dall’astratto al concreto solo per rendere il discorso comprensibile anche alle donne:

Ma perché lo meo dire util vi sia, / discenderò del tutto / in parte ed in costrutto / più lieve, sì che men grave s’intenda; / ché rado sotto benda / parola oscura giugne ad intelletto; / per che parlar con voi si vole aperto (53-59)

Cioè: ‘Ma affinché il mio discorso vi sia utile procederò dal generale al particolare e con un’argomentazione più semplice, cosicché si comprenda meno difficilmente: poiché di rado nel cervello della donna [sotto benda] un discorso oscuro riesce a raggiungere l’intelletto; ragion per cui con voi si deve parlare apertamente’.

Il poeta parlerà quindi in maniera più chiara e semplice proprio perché si rivolge alle donne, che non sono in grado di comprendere discorsi troppo complessi o artificiosi. Chi ha fatto un buon liceo non dovrebbe stupirsi: è in fondo la stessa ragione per cui, secondo Dante, nasce la lirica volgare, come si spiega nella Vita nuova: «E ’l primo che cominciò a dire sì come poeta volgare si mosse, però che volle fare intendere le sue parole a donna, a la quale era malagevole d’intendere li versi latini» (XXV 6: ‘e il primo che iniziò a poetare in volgare fu spinto a farlo perché desiderò far comprendere i propri componimenti alle donne, cui era difficile intendere i versi latini’).

Qualcuno ha negato che Dante voglia alludere a una inferiorità intellettuale della donna. Domenico De Robertis, editore critico delle Rime, annota così l’espressione sotto benda (alla lettera: ‘sotto il tipico copricapo femminile’): «senza allusione a una loro inferiorità intellettuale» 2. Per Enrico Fenzi, tra i più attenti studiosi delle canzoni dantesche, «occorre respingere l’idea che sia qui denunciata una inferiorità intellettuale delle donne» 3. Ma l’idea che la virtù e la ragione fossero prerogativa degli uomini è diffusa nella cultura medievale. Basterebbe citare la Summa Teologica di Tommaso d’Aquino: «naturaliter femina subiecta est viro, quia naturaliter in homine magis abundat discretio rationis» (I q. 92, a. 1 ad 2: ‘la donna è naturalmente soggetta all’uomo, poiché naturalmente nell’uomo abbonda in misura maggiore la capacità della ragione’) 4

E non è sufficiente obiettare che Dante non può alludere all’inferiorità delle donne nell’esercizio della ragione perché la canzone è rivolta proprio a loro. Parlare alle donne è una strategia retorica, dato che il discorso verte, come si è visto, sul rapporto tra virtù e amore e sull’avarizia, un vizio maschile che impedisce alle donne di trovare amanti degni, secondo i precetti della cortesia. E poi perché il canto in volgare deve essere comprensibile a tutti, e se lo comprendono le donne potranno capirlo meglio anche gli uomini. 

Dante, quindi, parla a tutti, uomini e donne: agli uomini perché virtuosi e alle donne perché belle. Anche se non siamo d’accordo, non siamo autorizzati a fargli cambiare idea.

3. Ma che cosa sappiamo del modo in cui Dante concepiva la sessualità e i rapporti tra i generi? Sappiamo che nel Medioevo esisteva una classificazione dei peccati relativamente rigida all’interno della quale la lussuria non era il vizio più grave e che la superbia e il tradimento erano considerati molto più pericolosi per l’individuo e per la società. Questo Dante lo dice con grande chiarezza. Paolo e Francesca sono infatti tra i primissimi dannati dell’Inferno – e scontano quindi una pena meno grave di quelli che si trovano più in basso; mentre i lussuriosi pentiti (compresi i sodomiti) stanno nel punto più alto del Purgatorio e sono quindi più vicini a Dio.

Ciò non vuol dire che Dante non fosse un severo censore dei costumi sessuali dei suoi contemporanei, specie di quelli delle donne, che più degli uomini dovevano dimostrare di essere oneste e morigerate. E non avrebbe senso pensare che Dante abbia voluto sconvolgere il modo di concepire il comportamento femminile: Beatrice è il personaggio più importante della Commedia, ma è anche, come la Vesper di Casino Royale, una donna chiusa nel suo ruolo di genere – bella, virtuosa, cortese – come lo sono gli uomini che desiderano solo accumulare ricchezze. Cercare di separare Beatrice dal modo in cui Dante, come tutti i suoi contemporanei, concepiva i rapporti di genere, significa non comprendere che l’esaltazione della donna – già tipica della letteratura cortese – era possibile solo all’interno di quei ruoli.

Mi ha quindi molto colpito leggere di recente, sulla più celebre rivista italiana di studi danteschi, che l’invenzione del mito di Beatrice capovolgerebbe «il paradigma misogino che fin dall’antichità è stato dominante in occidente»; che «il pensiero femminista ha avuto fin dal principio in Dante e nel suo teologismo filogino un prezioso alleato delle sue rivendicazioni […]»; che tre personaggi della Commedia (Francesca, Pia e Piccarda) «se considerati nel loro insieme, rivelano la acutissima sensibilità del poeta nei confronti della questione femminile» 5. L’autore ammette che Dante non smentisce (ma scrive «non può smentire», come Dante se non fosse stato libero di farlo, pur volendo) le teorie contemporanee sull’inferiorità della donna – e anzi le conferma – ma ritiene che le interpreti, nella Commedia, «dal punto di vista della posizione maschile dominante, per la quale il maschio utilizza, con un’arroganza che le leggi giustificano, sia la naturale forza fisica che il politico privilegio sociale per mortificare la donna nella sua sessualità, ossia nel suo corpo in quanto fondamento della propria libertà personale» (p. 12). E che «Francesca e Pia sono trucidate […] perché hanno fatto uso di questa loro libertà» (p. 12). Ma di quale libertà si tratta? La donna: «non viene violentata semplicemente come oggetto sessuale, ma anche, e soprattutto, come soggetto morale che dovrebbe poter scegliere in piena libertà l’oggetto del suo desiderio».

Ora, è facile notare che Francesca non interessa a Dante perché potenzialmente libera di scegliere l’oggetto del suo desiderio (Paolo), ma in quanto adultera che, come tutti gli incontinenti, ha sottomesso la ragione al desiderio («i peccator carnali, / che la ragion somettono al talento», Inf., V 38-39) e che avrebbe invece dovuto scegliere liberamente di rinunciare all’oggetto del suo desiderio. Ed è l’amore – nient’altro – che ha portato lei e Paolo alla morte («Amor condusse noi ad una morte», Inf., V 106).

Certo, la grandezza di Dante sta anche nei particolari; e qui un particolare importantissimo è l’allusione alla pena che spetta a chi li ha uccisi, vale a dire, secondo una tradizione esegetica antica e affidabile, il marito di Francesca e fratello di Paolo, Giovanni Malatesta, da Dante destinato alla Caina, il luogo dell’Inferno in cui sono puniti i traditori dei parenti. Ma Giovanni va all’Inferno non perché è un maschio dominante che utilizza, «con un’arroganza che le leggi giustificano», la forza fisica e il privilegio sociale «per mortificare» Francesca «nella sua sessualità» e «nel suo corpo in quanto fondamento della propria libertà personale», tutte cose che a Dante non interessano per nulla. Ci va perché ha ucciso il fratello (come Caino). La Commedia è un’opera difficile; ma alcune cose, dopo secoli di commenti, a noi lettori moderni risultano chiare e semplici. Non c’è motivo di complicarle per rendere Dante contemporaneo, illudendosi che così diventi più appetibile.

4. Un discorso molto simile si può fare con Boccaccio, un autore che si presta facilmente a interpretazioni attualizzanti e che tuttavia spiega chiaramente le proprie idee sul ruolo della donna nell’esposizione del canto IV dell’Inferno, dove risponde al dubbio «Che hanno a che fare gli uomini d’arme e le donne con coloro li quali per filosofia sono famosi?». La donna, per Boccaccio, ha un intelletto, ha un cuore. Pensa, ama esattamente come gli uomini. Ma le sarà concesso di sedere tra i filosofi (maschi) solo se si comporterà in un determinato modo 6:

Sarà la savia donna nella sua camera, e penserà al suo stato, alla sua qualità: e di questo pensiero trarrà l’onor suo, oltre ad ogni altra cosa, consistere nella pudicizia, nell’amore del marito, nella gravità donnesca, nella parsimonia, nella cura famigliare; trarrà ancora di questo pensiero apartenersi a lei di guardare e di servare con ogni vigilanza quello che il marito, faticando di fuori, acquisterà e recherà in casa, d’allevare con diligenzia i figliuoli, d’ammaestrargli, di costumargli, e similmente intorno alle cose oportune dar ordine a’ servi, e all’altre cose simili.

Per quanti inganni vengano tesi dalle donne nel Decameron e per quanto un’immagine di tal genere possa sembrare oggi antiquata e conservatrice, era questa l’idea che aveva Boccaccio della donna 7. Un’idea dei rapporti tra uomini e donne che nel Decameron è affidata alla voce di Elissa: «Veramente gli uomini sono delle femine capo e senza l’ordine loro rade volte riesce alcuna nostra opera a laudevole fine» 8. E, per tornare a Dante, la Firenze che il poeta avrebbe voluto restaurare era quasi certamente quella della «cerchia antica», dove le donne s’accontentavano di stare «al fuso» (Par., XV 97 sgg.), cioè, diremmo oggi, ‘a fare la calza’ .

5. C’è una critica miope, che non distingue le cose perché le colloca troppo lontano. C’è poi una critica presbite, che non vede bene perché avvicina troppo a sé l’oggetto che studia, ed è questo che accade con le interpretazioni della letteratura medievale in chiave di studi di genere. Dante, che ritiene le donne meno intelligenti e razionali degli uomini, può essere un “prezioso alleato” del pensiero femminista? Un poeta che nell’esaltazione di Beatrice si allinea pienamente alla poesia dei trovatori e alla tradizione cortese, ricchissima di donne che leggono, scrivono e partecipano alla vita culturale, può aver capovolto il paradigma misogino? Io credo invece che Dante non abbia nessuna sensibilità per la “questione femminile” come la intendiamo noi. Vuole elogiare la virtù e la bellezza di una donna defunta che lo salva dal peccato e la cui immagine tende a coincidere con quella della Vergine Maria, e in questo non c’è nulla di contemporaneo.

Che ci piaccia o no, per Dante non c’è contraddizione tra la santificazione di Beatrice e l’idea che la donna è soggetta all’uomo poiché nell’uomo, come dice Tommaso d’Aquino, «abbonda in misura maggiore la capacità della ragione». E soprattutto, nel canto V dell’Inferno, Dante non vuole raccontare la storia di una donna violata come soggetto morale; vuole narrare la tragedia di un’adultera che ha commesso il peccato più comune e meno grave, una peccatrice nella quale tutti possiamo identificarci – uomini e donne, senza distinzione. Trasformare Dante in un precursore del femminismo o leggerlo attraverso gli studi di genere non fa bene a nessuno. Né a Dante, né agli studi di genere.