Dante, l’Europa, le banche

[Tra un po’ uscirà la seconda edizione rivista del mio “Dante, nostro contemporaneo” (Castelvecchi). Pubblico qui una versione leggermente modificata di uno dei capitoli.]


1. Dante voleva un mondo di pace, un mondo come lo vuole la maggior parte di noi, ma a differenza di noi lo immaginava ordinato da un monarca dal potere assoluto. Il sogno politico del più grande poeta italiano non era non era forse troppo diverso da quello di chi oggi immagina di portare la pace con la forza in tutto il mondo; o da quello dell’Isis, che come il monarca dantesco ritiene di aver ricevuto il potere direttamente da Dio. Dante, per le sue prospettive imperiali, è totalmente distante agli occhi di chi, come la maggior parte dei moderni, vorrebbe un mondo libero, democratico ed egualitario.




2. Ma non tutti sono d’accordo. Alcuni anni fa, Diego Fusaro dava voce a un’idea che avuto poi una certa diffusione 1:

Per imporre la schiavitù, il sistema moderno – scriveva il poeta Ezra Pound – utilizza il debito: il debitore finisce per essere asservito al creditore, secondo un nesso di schiavitù puramente economico-finanziario. L’usura «offende la divina bontade», scrive Dante nella Commedia (Inferno, XI, vv. 95-96). E la Grecia si sta ribellando contro l’usura del capitale finanziario. Contro l’usura furono Dante e Aristotele, Tommaso e Marx, Platone e Pound. E noi dovremmo accettare l’usura perché “ce lo chiede l’Europa” e lo vuole la signora Merkel?

In queste righe potrebbe sembrare tutto giusto: è vero che Dante condanna con fermezza l’usura, è vero che per lui il peccato più grave è la cupidigia, specie quella dei regnanti che si oppongono all’imperatore per desiderio di possesso. La cupidigia, che nella Commedia è probabilmente rappresentata dalla lupa, è infatti per Dante il nemico più temibile dell’umanità. E il parallelo con Pound funziona perché lo scrittore americano fu sia un appassionato lettore di Dante e dei poeti italiani delle origini sia un fermo censore delle plutocrazie, al punto da sostenere apertamente, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, i regimi totalitari – e infatti gli americani furono costretti a dichiaralo pazzo per non metterlo in carcere.

Ma proviamo a seguire meglio questo percorso. Si può partire da una poesia di Pound che si intitola The Study in Aesthetics (‘Studio di Estetica’), tradotta in italiano da Vittorio Sereni 2:

I bimbi piccolissimi in rattoppati panni, / di colpo fatti veggenti, / fermarono il gioco / quando lei passò loro davanti / e grida lanciarono alla sassosa riva: // Guarda! Ahi, guarda! ch’è be’a! / Ma tre anni più tardi / udii il giovane Dante, di cui ignoro il cognome – / ventotto ce ne sono a Sirmione di giovani Danti / e trentaquattro Catulli; / e c’era stata una bella pesca di sardelle / e i più grandi di lui / in cassette di legno le stavano stipando / per il mercato di Brescia e lui attorno / saltava puntando al pesce lucente / e stando loro tra i piedi; / e come essi sta’ fermo! gli intimavano invano / né volevano lasciarlo sistemare / i pesci nella cassetta / lui carezzò quelli che dentro già stavano, / d’intima soddisfazione mormorare l’udii / l’identica frase: / Ch’è be’a. E alquanto perplesso io ne rimasi.

In una poesia come questa non tutto è decifrabile. Ma Dante (uno dei possibili “Danti”) è il ragazzo che cerca di agguantare la sardina, il «pesce lucente» (the bright fish, nell’originale), e che poi mormora per sua sola soddisfazione personale le parole «Ch’è be’a», che Pound scrive in italiano e che rimandano a Beatrice; e questa ricerca del pesce più brillante di contro ai ragazzi che li ammucchiano nei cesti del mercato mi pare chiaramente allegorica: Dante è l’artista che cerca la Bellezza e tutti gli altri ragazzi rappresentano i mercanti. Pound sembra quindi usare Dante per sostenere la sua idea di una opposizione tra la purezza della poesia e la prosaicità della sfera economica. 


3. Ora, è possibile che anche in Dante ci sia un’opposizione di questo tipo. Tuttavia, Dante condannava la cupidigia in una prospettiva cristiana, all’interno di un’idea dei rapporti economici fondata sul dono più che sullo scambio e sul denaro. È questo il futuro verso il quale tendiamo? Oggi va di moda la decrescita; e ci sono forze, come la Chiesa cattolica, che si schierano contro i grandi processi di accumulazione e speculazione finanziaria e contro lo sfruttamento. Ma la condanna dantesca della cupidigia porta con sé anche tutta una serie di cose che non ci piacciono, o che ci piacciono di meno, e che sono in netto contrasto con la nostra idea di contemporaneità: la severità dei costumi, la morigeratezza, il sacrificio di sé, la rinuncia. In una parola, la carità. Tutto ciò può piacere, in un’epoca “francescana”. Ma a parte il fatto che non tutti desideriamo una vita cristiana, la prospettiva dantesca porta con sé una prospettiva imperiale incompatibile con la nostra idea di democrazia. 


4. La posizione di Fusaro non è però isolata. Su uno degli ultimi numeri della più antica e prestigiosa rivista italiana di studi danteschi si considera ad esempio di «clamorosa attualità» l’idea imperiale di Dante, immaginando che il poeta abbia avuto un’intuizione quasi miracolosa delle logiche del capitalismo contemporaneo 3:

Se la produzione e la circolazione della ricchezza hanno un ambito globale, se il maledetto fiore, euro o dollaro che sia, è l’unico valore dominante, un’azione politica che voglia controllare l’economia e esserne schiava deve assumere una prospettiva altrettanto globale, e quindi proporsi, in un orizzonte sia pur solo utopico, il superamento di tutte le sovranità nazionali e la creazione di un’istanza politica globale alla quale tutti gli stati siano rigorosamente, e non fittiziamente, sottomessi. Dante, in quest’ottica, rischia però di trasformarsi in quello che certamente non è e non può essere: un censore ante litteram del capitalismo, il primo marxista prima di Marx.

Ma il nucleo fondamentale della Monarchia di Dante non è l’economia politica, è la prospettiva imperiale. Dante, in altre parole, non può essere incluso tra i padri fondatori dell’Unione Europea; il superamento della «logica perversa degli stati nazionali», in favore di «una istanza governativa di ambito planetario», è forse desiderabile per noi moderni (ivi, pp. 5-7); ma non lo è, di certo, l’idea che tutto il potere debba essere di un solo uomo, l’imperatore. È vero che Dante voleva eliminare l’odio e la guerra dal mondo, come vogliamo un po’ tutti; ma voleva anche che la pace fosse assicurata da un potere assoluto.

5. Per considerare Dante nostro contemporaneo dovremmo accettare tanto la sua condanna dell’accumulo finanziario quanto la volontà di affermare un impero universale. Per questo è sbagliato citare Dante contro l’Europa della finanza o contro il liberalismo, come è sbagliato usare Dante per immaginare un governo planetario che conceda a tutti pace, uguaglianza e libertà. Sbagliato perché dà l’idea che delle cose lontane siano vicinissime. In fondo anche Hitler condannava l’usura e voleva stabilire un dominio totale sull’Europa, ma a nessuno verrebbe in mente di inserirlo in un elenco di difensori della libertà delle nazioni. Dante invece è un’icona che si può citare in qualsiasi contesto.