Il mondo di Dante


1. Il mondo di ieri

Dante viveva nel mondo di ieri, un mondo in cui quasi tutti, come scrive Amos Oz, avevano almeno tre certezze 1:

dove avrebbero trascorso la vita, che cosa avrebbero fatto per vivere e quello che sarebbe successo dopo la morte. Quasi tutti, centocinquant’anni fa più o meno, quasi tutti in tutto il mondo, sapevano che avrebbero trascorso la vita là dove erano nati – o nei pressi, magari nel villaggio vicino. Tutti sapevano che si sarebbero guadagnati da vivere più o meno come i loro genitori avevano fatto nella generazione precedente. E tutti sapevano che, se si fossero comportati bene, sarebbero approdati a un mondo migliore, dopo la morte. Il XX secolo ha eroso, spesso distrutto, queste e altre certezze.

Oggi tutto è cambiato. La maggior parte di noi non sa per certo dove vivrà, che lavoro farà e soprattutto non ha nessuna certezza sulla vita dopo la morte. 



Nel mondo di Dante quelle certezze erano ancora salde. E benché abbia fatto un lavoro diverso da quello che si potevano aspettare i suoi genitori, benché abbia vissuto metà della vita in esilio, in un luogo diverso da quello in cui, fino a un certo punto, si sarebbe aspettato di vivere, Dante aveva delle idee molto precise sulla vita dopo la morte ed era sicuro che queste idee fossero condivise dai suoi lettori.

Noi, nel mondo di oggi, senza quelle grandi certezze, ci chiediamo che cosa c’è ancora di interessante in Dante, che cosa c’è di attuale nella Commedia. Perché la leggiamo ancora? Perché è bella? Perché Dante è un grande poeta? Perché così ha deciso centocinquant’anni fa chi ha scritto i programmi della scuola italiana postunitaria? Perché ci insegna qualcosa del suo tempo? O ci interessa ancora qualcosa del senso profondo del poema? Sono domande complicate e allo stesso tempo banali, alle quali forse si risponde nello stesso modo in cui si risponde alle domande «Perché leggiamo ancora Omero» o «Perché si mette ancora in scena Shakespeare».

Però Dante sembra essere un caso particolare, perché negli ultimi decenni il suo successo è stato travolgente: Dante è diventato – più di Omero, forse quasi quanto Shakespeare – un’icona pop, un brand, un prodotto commerciale. Ed è recentissima l’istituzione di un “Dantedì” (il 25 marzo, presumibile data di inizio del viaggio della Commedia), un giorno tutto dedicato a Dante sul modello dello Shakespeare Day o del Bloomsday (in onore di James Joyce). Questo successo planetario si accompagna al tentativo da parte degli studiosi di spiegarlo e di capire perché sia così popolare, ma anche, in fondo, di renderlo ancora più popolare 2

Quali sono dunque le ragioni per le quali la Commedia è ancora attuale? In un altro articolo ne ho elencate nove 3; ce n’è però una particolarmente importante: la Commedia, quando Dante la scrisse, aveva infatti un senso profondo e una funzione concreta che ancora ci riguardano.


2. La ragion pratica

Secondo Umberto Eco, oggi amiamo in particolare l’Inferno perché viviamo in un mondo che ha conservato solo i codici infernali; e per questo capiamo bene le emozioni dell’Inferno e apprezziamo di più la prima cantica della Commedia. E abbiamo al contrario perduto i codici del Paradiso, perché non siamo più in grado di provare emozioni paradisiache 4. È un’ottima spiegazione, ma è anche vero che l’Inferno è stata da sempre la cantica più apprezzata; forse perché l’esistenza umana conosce generalmente meglio i codici dell’inferno e meno quelli purgatoriali e paradisiaci.

Ma si può dare una spiegazione ancora diversa, che parte dai postulati della ragion pratica formulati da Immanuel Kant. Il primo è l’immortalità dell’anima, che dà senso all’esigenza di ogni essere umano che alla virtù corrisponda la felicità. Il secondo è l’esistenza di Dio, che consente di credere che esista una volontà santa e onnipotente in grado di garantire la corrispondenza tra il merito e la felicità. Il terzo è la libertà. Quando si parla di imperativo categorico kantiano si deve aggiungere che l’esistenza di questa legge morale implica l’esistenza della libertà di ottemperare alla legge morale stessa. È il concetto che Kant esprime con la frase: «Devo, dunque posso». Devo rispettare la legge morale, dunque sono libero di farlo. La morale implica la libertà. Ora, tra Kant e Dante c’è ovviamente una distanza incolmabile. I postulati sono ideali regolativi la cui funzione è puramente pratica; vale a dire che per Kant l’esistenza di Dio, dell’anima e del libero arbitrio non sono, come per Dante, delle realtà metafisiche, ma delle norme che regolano la nostra condotta in accordo con la legge morale.

Tuttavia, la Commedia mette in scena proprio questi tre postulati: che le anime siano immortali (altrimenti non potrebbero essere punite, purgate o beate), che Dio esista e che l’uomo sia libero. E si regge su questi tre elementi sul piano della rappresentazione letteraria, non solo dal punto di vista dottrinale. Il postulato dell’immortalità dell’anima rende possibile la raffigurazione dei tre regni; quello della libertà che ci siano dannati, beati e purganti e che il personaggio di Dante sia incerto, prosegua a fatica nel suo cammino, che possa sbagliare e si riconosca, in qualche modo, in chi pecca e allo stesso tempo sia fermamente deciso nel giudicare. Tutto questo lo troviamo nella Commedia in quanto poema cristiano, e non c’è nulla di sorprendente. Ma che si tratti, secondo il maggiore filosofo della modernità, dei fondamenti stessi dell’agire umano, è di certo interessante, perché non tutte le opere d’arte cristiane sono basate su questi postulati. La Commedia, invece, sì. 

Non bisogna però credere che ogni opera letteraria che parla di Dio, dell’immortalità e del libero arbitrio sia per questo un capolavoro come la Commedia. Prima del poema dantesco c’è una vasta tradizione medievale di visioni d’oltretomba, e la maggior parte di queste opere è molto mediocre dal punto di vista letterario. L’equilibrio tra contenuto e forma è sbilanciato dalla parte del contenuto; in questo tipo di opere l’essenziale è il messaggio, non il mezzo. Per Osip Mandel’štam, la Commedia può essere concepita come «un monumento di granito eretto in onore del granito e, si direbbe, col proposito di rivelare l’idea di granito». 5. Ma in Dante il granito – la materia letteraria – è importante almeno quando la lode dell’uomo e del divino.


3. Vecchi cervelli

In un mondo in cui quasi nessuno sa dove vivrà e che lavoro farà nella vita, c’è un aspetto che sembra restare immutato. Oz ha ragione quando nota che la fede degli uomini si è profondamente trasformata; e infatti si spiega facilmente lo straordinario e quasi ininterrotto successo della Commedia fino al XIX secolo, quando la società era ancora simile a quella in cui viveva Dante e lo era di certo la vita delle persone comuni. E oggi, quando non ci sono più le certezze del mondo di ieri?

Benché, almeno in Occidente, la maggioranza degli uomini non abbia, o non mostri di avere, certezze sulla vita ultraterrena o sia persino sicuro che non esista nulla oltre la morte, l’idea dell’esistenza di un sistema di pene e di ricompense è ancora radicata nella mente umana. Gli uomini del XX secolo non sono geneticamente diversi da quelli del Paleolitico superiore e quindi, ovviamente, neppure da un uomo del Duecento. E, in termini evoluzionistici, il bisogno di Dio e della religione, della consapevolezza dei premi e dei castighi dipende da fattori biologici che ne fanno una delle componenti fondamentali della natura umana. 

Jared Diamond, che si è posto il problema del perché e come siano nate le religioni, elenca una serie di motivi per i quali esse assolvono alcune funzioni basilari. E uno di questi è l’offrire conforto per le sofferenze della morte e le ingiustizie. La maggior parte delle religioni promette, infatti, un risarcimento ultraterreno per i giusti e una vita ultraterrena travagliata per chi ci ha causato dolore. Punire i nemici da vivi offre una gratificazione molto limitata nel tempo, «ben poca cosa in confronto al pensiero delle raffinate torture che dovranno patire per l’eternità in un inferno di matrice dantesca». L’idea di una vita ultraterrena risolve invece il paradosso della teodicea, «ovvero la coesistenza di bontà e crudeltà in un unico Dio: non c’è motivo di preoccuparsi, perché i conti verranno saldati al momento opportuno» 6

Questa funzione consolatoria deve essere emersa molto presto nella storia evolutiva umana e in sostanza permane tuttora. Ma gli atei, dice Diamond, negano il problema della teodicea sostenendo che il bene e il male sono invenzioni umane 7:

Se qualcuno, rifiutando l’idea che la vita sia priva di senso, li invitasse a mostrare in che modo la scienza può invece darle significato, gli atei risponderebbero che è una richiesta insensata e che sarebbe meglio lasciar perdere, perché tanto un significato non c’è […]. Ma niente da fare: i nostri vecchi cervelli bramano ardentemente un significato, e una storia evolutiva lunga milioni di anni ci induce a rispondere sempre nello stesso modo: «Sarà anche così, ma non mi piace e perciò mi rifiuto di crederci: se la scienza è incapace di dare un senso alla vita, mi affiderò alla religione».

Se è vero che oggi la maggior parte degli uomini non ha certezze su che cosa accadrà dopo la morte, è vero anche che la maggior parte degli uomini ha un’idea su che cosa dovrebbe accadere dopo la morte.


4. Il nostro mondo morale

La Commedia viene letta ancora oggi perché quando parla della vita degli uomini, della virtù, del peccato e del destino tocca corde profonde; profonde, in ogni caso, come quelle che toccano anche l’Edipo re o l’Amleto. E non tutte le opere che trattano di giustizia divina e di libero arbitrio sono destinate al successo. Ma il “poema sacro” è un’eccezione.

Le ragioni della fortuna della Commedia stanno tanto nella forma (nella straordinaria forma del testo, nella lingua che è ancora la nostra lingua, nella complessità del racconto e dei personaggi, nel mondo possibile che Dante ha creato), quanto nel contenuto, nel messaggio che Dante ci trasmette. Che non è solo il messaggio di un cristiano con delle certezze in un mondo senza più certezze, di un uomo di fede in un’epoca senza fede; è un messaggio che riusciamo ad ascoltare anche senza fede, anche senza certezze, perché la credenza nell’esistenza di Dio, dell’anima e del libero arbitrio sembra corrispondere a delle funzioni basilari emerse a un certo punto dell’evoluzione umana e non ancora scomparse, funzioni sulle quali anche la Commedia si fonda e sulle quali si regge il nostro mondo morale.