Come si parla d’arte. Per Philippe Daverio (1949-2020)

Il 2 settembre 2020 è morto a Milano Philippe Daverio. Nel 2006 aveva curato a Napoli, a Castel dell’Ovo, una piccola e bella mostra di Giuseppe Antonello Leone (1917-2016), un artista e poeta allora (e in fondo anche oggi) molto poco conosciuto, contribuendo in maniera decisiva alla sua riscoperta. Io ero un giovane collaboratore di un quotidiano locale che guardava Passepartout ogni domenica e corsi a intervistarlo.



Nel 2006 mi interessava molto la polemica contro il sistema dell’arte contemporanea, contro Damien Hirst (“un pescecane impagliato”), contro Venezia (che non dava a tutti “l’opportunità di esistere”), contro i grandi musei napoletani (“Napoli è stata ed è tuttora una realtà di provincia, e come tale preferisce puntare sugli artisti che vengono da fuori“). Tutte cose che oggi mi interessano meno, ma che forse qualcuno dovrebbe spiegare un po’ meglio (che importanza ha avuto il mercato dell’arte contemporanea nella creazione del mito del Rinascimento napoletano?, in che misura l’arte è stata usata per nascondere il declino industriale ed economico?).

Oggi, invece, ripensando a quell’intervista mi torna in mente soprattutto un particolare. Quando arrivai a Castel dell’Ovo Daverio stava finendo di allestire la mostra ed era vestito di tutto punto, come al solito – giacca, cravatta, panciotto. Ma era scalzo. E per qualche motivo quell’immagine – un bell’uomo elegante e senza scarpe, semplice e complesso – mi sembra rappresentare bene l’idea che mi sono fatto del modo in cui si parla d’arte e di cultura.


La fantasia? Non è più un diritto italiano, intervista a Philippe Daverio (“Napolipiù”, 16 giugno 2006)

Hic est leo. Il leone di Napoli. Nella città che si interroga sullo stato di meritato e previsto abbandono di una pessima e costosa opera di Sol Lewitt; nella città che celebra una sontuosa “retrospettiva” di Jannis Kounellis; nella città che ospita i bravi e meno bravi leoni dell’arte contemporanea africana, si affaccia timidamente dalla sua solitaria gabbia un leone finalmente nostrano (avellinese, ma adottato precocemente dalla metropoli). A Napoli, a Castel dell’Ovo, fino al 25 giugno [2006], sarà visitabile la mostra Il Leone di Napoli, una personale di Giuseppe Antonello Leone, inaugurata il 1 giugno e curata da Philippe Daverio.

Giuseppe Antonello Leone, quindi. O meglio: “il caso Giuseppe Antonello Leone”, poiché circa un anno fa la provincia di Potenza gli dedicò una bella ed elegante personale che Daverio volle così intitolare per sottolineare l’intento insieme provocatorio e archeologico dell’operazione. Archeologico, perché Daverio, audace e curioso, aveva riscoperto le minute meraviglie nascoste nello studio napoletano di Leone; provocatorio, perché, allestendo la mostra a Potenza, si metteva necessariamente in luce lo stato di assoluto isolamento cui l’artista era stato condotto dall’establishment culturale napoletano.

Nato a Pratola Serra (AV) nel 1917, Leone ha toccato ogni genere, ogni tecnica: affresco, pittura, scultura, poesia. Esaminando la sua opera si ha l’impressione di poter riscrivere totalmente il lessico dell’arte contemporanea: il ready-made duchampiano diviene una risignificazione; i murales à la Rotella erano già molti anni prima gli strappi, furtivamente sottratti alle macerie della seconda guerra mondiale.

Ora, nelle prigioni e sulla terrazza di Castel dell’Ovo, in una location forse meno favorevole rispetto al Museo Provinciale di Potenza, con un allestimento forse in parte troppo frettoloso ma certamente determinato dalle circostanze, e che riesce comunque ad offrire una vasta panoramica sulla decennale e multiforme attività dell’artista, Philippe Daverio presenta, finalmente a Napoli, il suo “leone”. Mentre, fino al 17 giugno, presso la Chiesa di San Severo al Pendino, Daverio si fa sostenitore di un’altra iniziativa, analoga e parallela: “13 x 17”, una mostra itinerante in continua espansione, che a tutt’oggi raccoglie circa milleduecento opere, in formato appunto 13 x 17, di milleduecento artisti (www.padiglioneitalia.com). Una iniziativa pensata “per correre in soccorso di una Biennale… malata poiché deficiente di italiani nel Padiglione Italia”.

Dai leoni di Napoli ai leoni di Venezia, Daverio ci parla di un artista “trovato sotto al sasso”. Come un serpente, come una vipera. Perché un artista deve fornirci un virus, un veleno che alteri la nostra visione, la nostra comune e consueta realtà.

È possibile descrivere sinteticamente “la parte di Giuseppe Antonello Leone”, da un lato nel contesto artistico italiano del novecento e dall’altro nel panorama contemporaneo?

“Giuseppe Antonello Leone appartiene a quella categoria di artisti che hanno avuto il coraggio di osare, di rimanere fedeli alla propria ispirazione poetica. Vede, da un lato ci sono gli artisti che vendono, che fanno sempre le stesse cose per vendere bene. Fanno tutti gli anni la stessa avanguardia ed è come se andassero ogni giorno in ufficio. Sa, come Renoir, che ha fatto tutte quelle Bagnanti anche perché c’era un mercante che le vendeva. Ma questi non mi interessano. Dall’altro lato ci sono gli artisti che non vendono, come Antonello Leone, e questi mi interessano moltissimo. Perché mi interessa capire da che parte va il paese. E qui ho trovato un leone che genera poesia.”

Perché Leone è rimasto nascosto, pur essendosi rivelato estremamente geniale e prolifico?

“Leone è rimasto nascosto perché non aveva bisogno di vendere, perché ha vissuto tutta la vita con l’insegnamento e con la pensione. In questo modo è riuscito ad essere non solo un artigiano ma un poeta. Ed è riuscito a rinnovarsi continuamente. Dall’anno scorso a oggi Leone ha realizzato un ciclo di opere del tutto nuovo. E in effetti le opere che mi interessano maggiormente sono quelle dagli anni Sessanta in poi, poiché mi occupo di arte contemporanea.”

Perché Napoli ha ricacciato il suo leone nella gabbia?

 “Perchè in fondo Napoli è stata ed è tuttora una realtà di provincia, e come tale preferisce puntare sugli artisti che vengono da fuori, senza avere il coraggio di puntare sui propri. I napoletani negli ultimi anni hanno speso moltissimi soldi per artisti inutili, invece di dare spazio ai propri artisti. Quanti sono gli artisti napoletani che sono riusciti ad affermarsi all’estero? A Napoli esiste un sistema gratulatorio, che dà ad esempio moltissimo spazio a un pescecane impagliato come Damien Hirst. Noi invece siamo costretti in un’enclave napoletana, un luogo in fondo non ufficiale, un posto di frontiera, di resistenza.”

A Napoli è stata molto accesa la polemica sui nuovi musei d’arte contemporanea, il Pan e il Madre, nei quali gli artisti partenopei non hanno affatto trovato la giusta accoglienza.

“Gli artisti senza madre… Certo, ma ciò non accade solamente a Napoli. Come sa, le mie assistenti hanno potuto acquistare su internet per pochi euro il logo del Padiglione Italia della Biennale. E stanno portando in giro per l’Italia gli artisti che non hanno diritto di cittadinanza a Venezia. Gli artisti devono avere tutti l’opportunità di esistere. È un diritto delle vere democrazie. E in Italia questo diritto è negato da almeno venti anni. E Giuseppe Antonello Leone è un piccolo esempio del genio creativo italiano.”