Il Dante di tutti. Su un libro recente di Alberto Casadei

C’è il Dante degli studiosi, che cercano di spiegare che Dante non è contemporaneo e che le sue idee sulla religione, sul sesso e sull’economia erano molto diverse dalle nostre. E c’è il Dante di tutti, quello degli artisti e degli scrittori, che dimostrano come l’opera dantesca – e in particolare, ovviamente, la Commedia – sia ancora in grado di influenzare e rivitalizzare la letteratura, il cinema, la musica.



Il libro di Alberto Casadei (Dante. Storia avventurosa della Divina commedia dalla selva oscura alla realtà aumentata, Milano, il Saggiatore, 2020) tiene assieme queste due anime ed è diviso in due parti. La prima (i capitoli 1-5) è una vera “vita di Dante” in cui Casadei narra la nascita, la gioventù, l’impegno politico, l’esilio, la maturità, la morte del poeta e descrive in parallelo, con grande perizia, la genesi delle opere: le Rime, la Vita nova, i trattati latini e volgari e la Commedia (una cronologia essenziale è in appendice). La seconda è costituita dal capitolo sesto, che s’intitola Perché Dante non è più soltanto un classico? e traccia una storia della fortuna che si concentra sul primo Dante «moderno» tra Sette e Ottocento, dalle avanguardie novecentesche alla contemporaneità, fino al Dante‑icona nell’epoca della globalizzazione. 

Il libro è rivolto anche a un pubblico non specialista, non ha note e offre una bibliografia selezionata. Per questo tipo di lettore è di sicuro interesse. Innanzitutto, perché è scritto con semplicità, senza tecnicismi e senza oscurità. Si può leggere così, in poco meno di 150 pagine, un’appassionante narrazione della vita di Dante accompagnata da efficaci descrizioni delle opere minori e della Commedia.

Ma il libro è utile anche perché la tensione alla sintesi lascia emergere la problematicità della ricostruzione della biografia e della cronologia delle opere e non nasconde contrasti e asperità: la Vita nova, per esempio, non narra solo «la veridicità della salvezza portata dalla Beatrice», ma anche «i contrasti interiori» del protagonista, che considera «la donna come oggetto di un desiderio intenso, sia pure sublimato». Nel ricostruire l’intreccio tra vita e poesia, particolarmente complesso per un poeta che parla sempre di sé, Casadei è molto attento a sancire la distanza tra realtà e codice letterario, come quando risponde a una domanda che tutti i lettori si sono posti almeno una volta: perché Dante non scrive neanche una riga per la moglie Gemma? Perché, secondo i codici letterari dell’epoca, non poteva farlo.

Del libro si apprezzano le belle sintesi, come quando Casadei descrive le poesie successive alla morte di Beatrice che cantano un amore sensuale e violento per una donna “di pietra”: «se la Vita nova si spingeva sino allo zenit della sublimazione, qui si arriva al nadir dell’ossessione». O quando spiega in che senso Dante è il “primo narratore moderno”: perché «a lui interessano i destini», e «riesce a vederli sinteticamente ponendosi nella posizione superiore necessaria al giudizio, ma soprattutto vuole costruire dei destini rappresentativi».

Casadei non rinuncia tuttavia a veicolare alcune idee originali, come l’ipotesi di una stesura fiorentina dei primi quattro canti dell’Inferno o lo scetticismo sulla possibilità di considerare Commedia (o Comedìa) un titolo “d’autore”, preferendo “poema sacro” o Divina Commedia (non dantesco, ma sancito dalla tradizione). E non esita a prendere posizione su problemi aperti quali l’attribuzione di opere come il Fiore e l’Epistola a Cangrande, che per lui non sono autentiche e non vengono quindi sfruttate pienamente. Tuttavia, che sia o meno dantesca, l’Epistola dà informazioni cruciali, come l’idea che il fine del poema sia «allontanare i viventi dallo stato di miseria e condurli a uno stato di felicità». In un libro rivolto al grande pubblico, questo punto avrebbe meritato un approfondimento.

Nella seconda parte, analizzando le riscritture moderne e contemporanee, Casadei raggiunge un non semplice equilibrio tra gli autori noti (Blake, Pound, Eliot, Montale, Levi) e quelli quasi sconosciuti al pubblico italiano (Weiss, Lowry, Kenzaburō Ōe, Amiri Baraka, Go Nagai, Tom Phillips e Peter Greenaway con il loro TV Dante). Ma anche qui tende alla sintesi. A suo giudizio, le interpretazioni contemporanee confermerebbero ad esempio che «la dimensione del poema dantesco […] è quella squisitamente narrativa: la forza del racconto è percepita al di là degli aspetti allegorici o delle complessità esegetiche, e genera un’accettazione fiduciosa persino degli aspetti in cui realtà e immaginario si fondono indissolubilmente, come avviene nei grandi romanzi moderni». È un’idea forte, di cui si dovrà discutere.

[Questa recensione è uscita su Tuttolibri il 29 agosto 2020]