Dante politico

[A breve uscirà la seconda edizione rivista del mio “Dante, nostro contemporaneo” (Castelvecchi). Pubblico qui una versione leggermente modificata di uno dei capitoli.]


1. Nell’Ancien Régime la politica aveva un ruolo marginale nella vita degli uomini europei; dopo la Rivoluzione Francese la politica riguarda invece tutti, dalle città alle campagne. Per descrivere questo fenomeno, uno storico francese ha parlato di “scoperta della politica” 1. Per certi versi è questo il mondo in cui viviamo: benché Internet e la finanza stiano rapidamente cambiando le cose, siamo ancora nell’età della politica.



Nella Monarchia, il trattato in latino scritto in esilio, probabilmente negli anni in cui l’imperatore Enrico VII cercava di affermare il suo potere in Italia (1310- 1313), Dante sembrerebbe anticipare quest’idea della centralità della politica. A suo giudizio, infatti, la politica si pone al centro del dibattito scientifico perché a differenza della matematica e di altre discipline ricade “sotto il nostro potere” 2:

Bisogna considerare che esistono cose che non sono soggette al nostro potere: noi possiamo soltanto conoscerle con la mente, ma su di esse non possiamo esercitare un’azione (per esempio ciò che riguarda la matematica, la scienza della natura e la teologia). Ve ne sono altre invece che sono soggette al nostro potere: queste noi non soltanto possiamo conoscerle con la mente, ma su di esse possiamo anche esercitare un’azione. In questo secondo campo non è l’azione in funzione della speculazione, ma al contrario è la speculazione a essere in funzione dell’azione, perché si tratta di materie dove il fine è appunto l’azione.

A prima vista, questa opinione sembrerebbe inattuale poiché per il senso comune moderno è inconcepibile che la matematica e la fisica siano messe sullo stesso piano della teologia. Ma del tutto inconcepibile non è se il discrimine è che si tratti di discipline basate su princìpi e postulati da cui tutto il resto discende. In questo senso, forse, la concezione dantesca appare un po’ meno distante e si capisce in che senso la politica sia per Dante qualcosa su cui possiamo “esercitare un’azione”, proprio poiché il suo fine è l’azione e non la speculazione.

2. Ma l’idea che Dante anticipi la scoperta della politica è in realtà illusoria. La scoperta di cui parlano gli storici è un processo di politicizzazione radicale di un intero Paese, e poi in qualche modo dell’Europa investita dalla rivoluzione; in Dante è invece un’idea filosofica per la quale è possibile individuare dei precedenti precisi, in particolare nella concezione aristotelica dell’uomo come animale politico.

Proviamo però a seguire il ragionamento della Monarchia, che va in una direzione molto diversa da quella dei rivoluzionari francesi (almeno in teoria). Come abbiamo visto, Dante spiega che tutto ciò che è politico è soggetto al nostro potere, e quindi la politica è soggetta all’azione, non solo alla conoscenza. In ciò che è soggetto all’azione, scrive, «principio e causa di tutto è il loro fine ultimo (perché è tale fine, in primo luogo, a muovere colui che agisce)» 3.

La politica si definisce quindi in base al suo fine. E il suo fine è comune a tutta la società umana. Bisogna sapere ancora che la potenza caratteristica dell’uomo è apprendere per mezzo dell’intelletto; ma l’intelletto per Dante è strettamente legato all’azione pratica. L’azione specifica del singolo uomo, e quindi dell’umanità intera, è di tradurre in atto tutta la potenza dell’intelletto ai fini del conoscere e soprattutto dell’agire. Tuttavia, secondo Dante, la calma e la perfezione che consentono l’azione si raggiungono solo nella pace universale. Questa libertà completa può esercitarsi quindi solo sotto la monarchia. Solo con il monarca, infatti, il genere umano esiste in funzione di sé stesso; solo così si evitano forme di governo devianti, democrazie, oligarchie e tirannidi che riducono in schiavitù il genere umano.

Il fine dell’intera società umana è dunque per Dante la pace universale, ma questa pace può essere garantita solo da un imperatore: e non solo per quelli che come me sono appassionati di Guerre stellari questa necessità dell’imperatore per raggiungere la pace universale assume in realtà una prospettiva tirannica. Qualcuno potrebbe osservare che anche la Rivoluzione Francese ha condotto al Terrore, ma non è questa, credo, l’applicazione dei principi rivoluzionari che molti vorrebbero fare ancora propria.

Ad ogni modo, chi vive oggi in un paese democratico accetterebbe difficilmente una definizione di libertà come quella dantesca o come quella della voce Fascismo dell’Enciclopedia Treccani del 1932, dove la libertà dell’individuo è nettamente subordinata alla libertà dello Stato 4:

Lo stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agl’individui margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l’individuo, ma soltanto lo stato.


3. Dante voleva un mondo di pace, un mondo come lo vogliono molti di noi, ma lo voleva ordinato da un monarca con potere assoluto. Un sogno in fondo non troppo diverso da quello di dominio universale e imperiale degli Stati Uniti che hanno immaginato di portare la pace in tutto il mondo; o da quello dell’Isis che, come il monarca dantesco, ritiene di aver ricevuto il potere direttamente da Dio. Ciò che colpisce di più è che questo Dante che non ci piace e che non vorremmo considerare nostro contemporaneo è in realtà terribilmente attuale, anzi: forse è quello del nostro futuro. Ma non è il futuro che vogliamo.

Dante, sul piano politico, è nostro contemporaneo perché nella Monarchia sostiene con forza la necessità della scissione tra potere temporale e potere spirituale della Chiesa su cui si fonda il principio della laicità dello stato, che è oggi uno dei fondamenti dei regimi democratici. E anche perché la concezione dantesca del potere imperiale ha contribuito alla nascita dell’idea moderna di sovranità e di ordinamento, come ha spiegato già agli inizi del Novecento il filosofo e giurista Hans Kelsen 5. Eppure Dante, per le sue prospettive imperiali, è totalmente distante agli occhi di chi, come la maggior parte di noi, vorrebbe un mondo libero, democratico ed egualitario.