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Letteratura, scuola, società

Autore: Marco Grimaldi Pagina 1 di 2

Il Dante di tutti. Su un libro recente di Alberto Casadei

C’è il Dante degli studiosi, che cercano di spiegare che Dante non è contemporaneo e che le sue idee sulla religione, sul sesso e sull’economia erano molto diverse dalle nostre. E c’è il Dante di tutti, quello degli artisti e degli scrittori, che dimostrano come l’opera dantesca – e in particolare, ovviamente, la Commedia – sia ancora in grado di influenzare e rivitalizzare la letteratura, il cinema, la musica.

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Come si parla d’arte. Per Philippe Daverio (1949-2020)

Il 2 settembre 2020 è morto a Milano Philippe Daverio. Nel 2006 aveva curato a Napoli, a Castel dell’Ovo, una piccola e bella mostra di Giuseppe Antonello Leone (1917-2016), un artista e poeta allora (e in fondo anche oggi) molto poco conosciuto, contribuendo in maniera decisiva alla sua riscoperta. Io ero un giovane collaboratore di un quotidiano locale che guardava Passepartout ogni domenica e corsi a intervistarlo.

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Il mondo di Dante


1. Il mondo di ieri

Dante viveva nel mondo di ieri, un mondo in cui quasi tutti, come scrive Amos Oz, avevano almeno tre certezze 1:

dove avrebbero trascorso la vita, che cosa avrebbero fatto per vivere e quello che sarebbe successo dopo la morte. Quasi tutti, centocinquant’anni fa più o meno, quasi tutti in tutto il mondo, sapevano che avrebbero trascorso la vita là dove erano nati – o nei pressi, magari nel villaggio vicino. Tutti sapevano che si sarebbero guadagnati da vivere più o meno come i loro genitori avevano fatto nella generazione precedente. E tutti sapevano che, se si fossero comportati bene, sarebbero approdati a un mondo migliore, dopo la morte. Il XX secolo ha eroso, spesso distrutto, queste e altre certezze.

Oggi tutto è cambiato. La maggior parte di noi non sa per certo dove vivrà, che lavoro farà e soprattutto non ha nessuna certezza sulla vita dopo la morte. 

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Notes:

  1. Amos Oz, Contro il fanatismo, MIlano, Feltrinelli, 2004, p. 44.

La struttura della ‘Commedia’

In quante parti è divisa la Commedia? Tre, diranno tutti. Ma c’è anche un’altra risposta. Lo spiego qui, in un video della serie 5 minuti con Dante, ideata da Enzo Noris, Thomas Persico e Marco Sirtori per l’Università degli Studi di Bergamo.

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La fede delle lettere. Intervista a Marc Fumaroli

[Ieri è morto Marc Fumaroli (10 giugno 1932 – 24 giugno 2020). Nel dicembre del 2005 tenne un ciclo di conferenze all’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli e concesse a Marco Viscardi e me questa intervista, che uscì su “Napolipiù” il 23 dicembre. ]


“Molto oramai ti ho detto, come se tu fossi presente”, scrive Francesco Petrarca indirizzando a Omero una delle lettere Familiari. Le epistole rivolte agli antichi, apud superos, “dal mondo dei vivi”, come quelle spedite agli amici presenti, insieme ai trattati latini nei quali si delinea la figura dell’intellettuale solitario, lieto nella solitudine dell’intelligenza, creano la prima germinale immagine della “res pubblica litteraria”, della Repubblica delle Lettere. Un luogo dove dialogano – attraverso le parole, gli scritti, le opere – i vivi, i morti, coloro che verranno.

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Dante, l’Europa, le banche

[Tra un po’ uscirà la seconda edizione rivista del mio “Dante, nostro contemporaneo” (Castelvecchi). Pubblico qui una versione leggermente modificata di uno dei capitoli.]


1. Dante voleva un mondo di pace, un mondo come lo vuole la maggior parte di noi, ma a differenza di noi lo immaginava ordinato da un monarca dal potere assoluto. Il sogno politico del più grande poeta italiano non era non era forse troppo diverso da quello di chi oggi immagina di portare la pace con la forza in tutto il mondo; o da quello dell’Isis, che come il monarca dantesco ritiene di aver ricevuto il potere direttamente da Dio. Dante, per le sue prospettive imperiali, è totalmente distante agli occhi di chi, come la maggior parte dei moderni, vorrebbe un mondo libero, democratico ed egualitario.

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L’ultima volontà del mercato


1. La filologia dovrebbe porsi come obiettivo di ricostruire e interpretare correttamente i testi, letterari e non. Questo compito consiste talvolta nel riscoprire e nel riproporre il raro, l’antico o i documenti che appaiono significativi per ragioni storiche; ma in genere sta soprattutto nel restituire ai lettori un testo il più vicino possibile all’originale, cioè, fino a prova contraria e quando non ci siano dubbi sulla natura di tale volontà, quello che si ipotizza corrispondere all’ultima volontà dall’autore.

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Cosa significa essere Roth


[Una versione più breve di questo articolo è già uscita su Insula Europea il 22 maggio 2020, col titolo Tutto è permesso e nulla conta. Su Philip Roth]


Sur cette terre il y a une chose effroyable, c’est que tout le monde a ses raisons  (Jean Renoir, La règle du jeu)

1. Il giavellotto

Perché leggiamo un romanzo? Per imparare, per pensare, per divertirci, per smettere di pensare? Che cosa chiediamo a un romanzo? La verità sul mondo e sugli uomini? Di farci vedere quello che non conosciamo? Qualche ora di piacere? Forse tutte queste cose insieme, ma io credo che molte persone cerchino nei romanzi soprattutto un insieme di corrispondenze con quello che è accaduto o che potrebbe accadere nella loro vita e in particolare con quello che di volta in volta considerano più importante. O almeno è questo che cerco io. 

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Perché leggiamo ancora la Commedia


1. Le parole e il mondo

Perché leggiamo ancora la Commedia? Prima di tutto perché è un’opera d’arte perfetta, nella quale Dante ha creato un mondo fantastico verosimile e coerente nel suo funzionamento. E la leggiamo per il suo realismo: nella letteratura medievale prima di Dante le descrizioni della natura, degli uomini e delle emozioni erano quasi sempre fondate su schemi fissi ereditati dalla tradizione; spesso erano molto efficaci, ma era come se i poeti non guardassero quasi mai dal vivo la realtà. Dante, che conosce e rielabora la letteratura latina e volgare, è invece un poeta della realtà, un poeta del mondo, di cui ammiriamo soprattutto la straordinaria capacità di osservare i fenomeni naturali e di tradurli in immagini e parole. Tutto questo lo fa nel momento stesso in cui fonda la tradizione letteraria italiana. Che è poi il motivo per il quale possiamo leggerlo ancora: perché la sua lingua è ancora la nostra lingua. E queste sono le ragioni – importantissime – che si spiegano di solito a scuola e all’università. 

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Sulla rabbia

11 maggio 2020

Dopo due mesi di isolamento, mi accorgo di provare un sentimento nuovo: la rabbia. Perché? In fondo sono un privilegiato: insegno all’Università, posso continuare a fare il mio lavoro e mi pagano lo stesso. La mia famiglia sta bene e non conosco direttamente nessuno che si sia ammalato o che sia morto. Vivo a Roma e gli amici e i conoscenti stanno vivendo un’esperienza sostanzialmente simile alla mia, anche nel privilegio: quasi tutti sono accademici o dipendenti pubblici e privati e nessuno di loro si è ritrovato senza lavoro o ha dovuto chiudere un’attività.

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