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Letteratura, scuola, società

Tag: Commedia

Dante, l’Europa, le banche

[Tra un po’ uscirà la seconda edizione rivista del mio “Dante, nostro contemporaneo” (Castelvecchi). Pubblico qui una versione leggermente modificata di uno dei capitoli.]


1. Dante voleva un mondo di pace, un mondo come lo vuole la maggior parte di noi, ma a differenza di noi lo immaginava ordinato da un monarca dal potere assoluto. Il sogno politico del più grande poeta italiano non era non era forse troppo diverso da quello di chi oggi immagina di portare la pace con la forza in tutto il mondo; o da quello dell’Isis, che come il monarca dantesco ritiene di aver ricevuto il potere direttamente da Dio. Dante, per le sue prospettive imperiali, è totalmente distante agli occhi di chi, come la maggior parte dei moderni, vorrebbe un mondo libero, democratico ed egualitario.

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Perché leggiamo ancora la Commedia


1. Le parole e il mondo

Perché leggiamo ancora la Commedia? Prima di tutto perché è un’opera d’arte perfetta, nella quale Dante ha creato un mondo fantastico verosimile e coerente nel suo funzionamento. E la leggiamo per il suo realismo: nella letteratura medievale prima di Dante le descrizioni della natura, degli uomini e delle emozioni erano quasi sempre fondate su schemi fissi ereditati dalla tradizione; spesso erano molto efficaci, ma era come se i poeti non guardassero quasi mai dal vivo la realtà. Dante, che conosce e rielabora la letteratura latina e volgare, è invece un poeta della realtà, un poeta del mondo, di cui ammiriamo soprattutto la straordinaria capacità di osservare i fenomeni naturali e di tradurli in immagini e parole. Tutto questo lo fa nel momento stesso in cui fonda la tradizione letteraria italiana. Che è poi il motivo per il quale possiamo leggerlo ancora: perché la sua lingua è ancora la nostra lingua. E queste sono le ragioni – importantissime – che si spiegano di solito a scuola e all’università. 

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Un uomo con un messaggio. Sull’idea di poesia da Dante a Bob Dylan

[Tra un po’ uscirà la seconda edizione rivista del mio “Dante, nostro contemporaneo” (Castelvecchi). Pubblico qui una versione leggermente modificata di uno dei capitoli finali.]

1. L’idea di poesia è molto cambiata rispetto all’età di Dante. E in particolare è mutata la percezione del rapporto tra forma e contenuto. La nostra visione è generalmente molto simile a quella del premio Nobel per la Letteratura del 2016, Bob Dylan, che rifiuta sempre di rispondere a domande sul significato delle sue canzoni.

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Il futuro di Dante

1. Tutti, prima o poi, ci siamo chiesti che cosa ci riserva il futuro. E tutti ricordiamo qualche canzone che parla del futuro. A me vengono in mente Leonard Cohen (The Future: «Give me crack and anal sex / Take the only tree that’s left / and stuff it up the hole / in your culture»), i Blur (The Universal: «This is the next century / Where the universal’s free / You can find it anywhere / Yes, the future has been sold»), i Baustelle (Il futuro: «Il futuro desertifica / la vita ipotetica») e Lucio Dalla, per Il motore del Duemila («Noi sappiamo tutto del motore / questo lucente motore del futuro / ma non riusciamo a disegnare il cuore / di quel giovane uomo del futuro») e soprattutto per Futura: «Dove sono le tue mani / aspettiamo che ritorni la luce / di sentire una voce / aspettiamo senza avere paura, domani».

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Perché Dante non era narcolettico

Fino a qualche tempo avrei detto che in Italia il prestigio della scienza fosse in crisi. Lo pensavo soprattutto leggendo le invettive contro i “professoroni”, riflettendo sul successo di programmi come Voyager o meravigliandomi per la diffidenza verso i vaccini o la diffusione del terrapiattismo. Ma più temibile del disprezzo per la scienza è lo scientismo.

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Da Dante a Galileo (con Odifreddi)

C’è chi crede che esistano una mente scientifica (come quella di Newton e Galileo) e una mente letteraria (come quella di Dante). E c’è chi crede che oggi, a scuola e nella cultura condivisa, ci sia bisogno di più Galileo e di meno Dante. Ma tra Dante e Galileo non dovrebbe esserci conflitto. C’è solo se allo studio della storia e alle argomentazioni razionali si sostituiscono gli aneddoti e il paradosso e se il gusto della provocazione conta più della soluzione dei problemi.

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